venerdì 5 dicembre 2008

Autorecupero veneziano

Venezia. Metti l’argilla di Frank Gehry, e metti pure il prato verde del padiglione sud africano. Aggiungi le gomme del padiglione olandese, la struttura in legno di Stalker. In una parola, Re-Biennale, ovvero come recuperare i materiali della Biennale architettura per dare loro nuova vita in contesti anche totalmente diversi. “Commons Beyond Buildings” è la piattaforma creata da una rete di associazioni per condividere metodi, processi e competenze legate all’autocostruzione,”per descrivere ciò che il progetto d’architettura non è in grado di raccontare e che il potere stenta a capire: l’insorgere dal basso dell’abitare come pratica del fare comune”.


La piattaforma è nata in occasione della 11. Mostra Internazionale di Architettura a Venezia grazie alla sinergia tra i curatori ed architetti partecipanti alle mostre Experimental Architecture (Padiglione Italia, Giardini) e L’Italia cerca casa (Padiglione Italiano, Arsenale) e varie realtà associative impegnate nella sperimentazione dell’autorecupero e dell’autocostruzione come soluzioni innovative all’emergenza casa. A Venezia questa sperimentazione è realizzata da Asc, Agenzia Sociale per la casa che, con l’autoproduzione, a cui ciascuno ha contribuito con le proprie competenze, materiali e ‘immateriali’, ha permesso in un primo tempo di recuperare unità abitative nei quartieri di edilizia sociale e successivamente di optare per una ‘riconversione’ culturale e produttiva di aree abbandonate, dai giardini e gli orti agli edifici, dai campi o cortili alla spiaggia-presidio a ridosso dei cantieri del MoSe.

Questo ha permesso di utilizzare meglio le risorse della città ed ha creato i presupposti per un progetto ergonomico che prospetta soluzioni nel rispetto dell’eco-sistema sociale e dell’habitat territoriale sfruttando il social networks già disponibile. Esiste quindi una prima mappatura di luoghi che ambirebbero ad una dimensione comune, luoghi disponibili ad un percorso progettuale e di cantiere-scuola condivisi. L’obiettivo è quello di invertire la tendenza del progetto di architettura e, partendo dai materiali di recupero, attraverso un meccanismo virtuoso in cui entrano in gioco cittadini, studenti, istituzioni (Iuav e Biennale), gruppi di artisti ed architetti internazionali, con-correre al processo di rigenerazione di uno o più spazi urbani individuati.


In queste settimane alcuni studenti dello Iuav hanno potuto sperimentare sul campo, grazie agli architetti e agli attivisti che hanno dato vita al workshop Re-Biennale, che cosa significhi ‘mappare’ i materiali, pensare il loro smontaggio e soprattutto il loro riutilizzo. Suggestive le azioni proposte dallo studio olandese 2012Architecten che promuove una nuova prassi in architettura. “Il progetto – come ha spiegato Marco Zaccara – non è considerato l’inizio di un processo lineare che si conclude con la consegna dell’edificio, bensì soltanto una fase di un ciclo continuo di creazione e ricreazione, e di uso e riuso dei materiali”. Un processo influenzato dall’intento di ridurre al minimo l’impatto ambientale delle costruzioni, ma anche dallo stimolo creativo ispirato dai materiali recupero stessi. “Superuse – ha spiegato Zaccara – costituisce una parte importante di questa strategia progettuale. Le caratteristiche intrinseche dei prodotti e dei materiali di riuso, offrono un potenziale valore aggiunto alla composizione di nuovi prodotti o di nuovi edifici”. Nel mettere a frutto questa strategia 2012Architecten sviluppa vari strumenti in un ambiente open source: ogni progetto ha una “Harvest- map”, una mappatura nella quale vengono annotate le collocazioni dei materiali nelle immediate vicinanze. Ogni materiale viene schedato e viene organizzato in un database che misura l’impatto ambientale dell’utilizzo di materiali e dei vari componenti. 2012 ha realizzato diversi progetti in Olanda. Tra questi un parco giochi a Rotterdam riutilizzando le pale dei mulini a vento. “E’ stata una bella avventura - ha detto Zaccara – progettare e pensare passo dopo passo questo parco, assieme al quartiere che ne avrebbe poi usufruito”.


I materiali che in questi giorno sono stati ‘mappati’ alla Biennale verranno trasportati (acqua alta permettendo, lunedì la marea ha raggiunto il metro e sessanta!) al centro sociale Morion nel quartiere di Castello e qui gli studenti del workshop apriranno un vero e proprio cantiere di lavoro.


Partecipando a uno dei seminari organizzati all’interno del workshop, la filosofa Judith Revel ha riportato la discussione su una delle questioni più dibattute in questo momento, il concetto di comune. Inteso non come pubblico o istituzione ma come bene comune. “Il tema della casa – ha detto Revel – è stato reso più acuto ancora dalla crisi recente da cui non si può esulare. Cosa significa parlare di Biennale o passare sul ponte di Calatrava quando un sondaggio recente in Francia dice che il 62% della popolazione attiva con regolare contratto di lavoro ha come prima paura quella di finire senza casa. O quando negli ultimi due giorni ci sono 3 morti di freddo nel raggio di duecento metri quadri. Il 29% dei senza fissa dimora parigini ha un regolare contratto di lavoro”. Anche sul concetto di casa è necessaria una riflessione. A partire, per esempio, dalla casa autorecuperata nel quartiere di Castello. Una casa non solo esteticamente bellissima, ma un modello di come è possibile recuperare e utilizzare materiali naturali e riciclati. E farlo coinvolgendo anche il territorio. “Quindi pensare la casa – ha detto ancora Revel – come qualcosa di più ampio, rapporto con il vicinato, con il territorio, con i flussi, e quindi ridefinire anche il rapporto con il locale”. Revel ha sottolineato come “la zona universitaria è zona di flusso permanente in cui paradossalmente nessuno si ferma. Uno studente non si ferma, calcola al minuto i suoi tempi di permanenza in città. Un attraversamento dello spazio che significa porre subito il problema dei blocchi nello spazio, dove la fluidità dello spazio viene fermata, dove viene imposta una fluidità per impedire alla gente di fermarsi”.
Da questo ragionamento discende naturalmente il problema delle definizioni, o meglio ridefinizioni. Di spazio privato e spazio pubblico, per cominciare.

E anche qui Revel è stata puntuale. “Privato – ha detto – è ciò che appartiene a uno, dove proprietà significa anche una espropriazione di tutti gli altri. Il pubblico è allora ciò che è di tutti perché non è di nessuno, è dello stato. Quella cosa lì, che ha funzionato storicamente, a me oggi pone problema. Perché – ha aggiunto – non si tratta di strappare al privato qualcosa per dire non è di nessuno, quindi è di tutti. Quel non è di nessuno come condizione di apertura al tutti mi crea un problema. I non luoghi sono proprio questo, non sono di nessuno. La mano della stato è una vera e propria privatizzazione, ti dico se puoi entrare o meno”. E ancora privato e pubblico da ridefinire rispetto al tempo. Ormai la produzione non è più il tempo di lavoro. “Chi si ferma quando il tempo di lavoro è finito? – si è chiesta Revel – Ormai invade tutta la vita.

E in fondo è anche il bello di questo. In questo workshop stiamo producendo, e non è né privato né pubblico, è comune. Bisogna riarticolare allora in modo inedito le coppie storiche, invisibile-visibile, dentro-fuori. In una città come Venezia dove l’acqua e la terra giocano a nascondino. E’ necessaria una inchiesta, una mappatura di materiali e di soggettività e soggettività in movimento”.
Re-Biennale riparte dal trasporto dei materiali recuperati: questa settimana verranno trasportati al Morion dove aprirà il cantiere. Un cantiere in cui quegli stessi materiali riprenderanno vita.

Vedi anche:
La presentazione del progetto re-biennale con l’architetto Andrea Facchi [ audio ]
Re-Biennale a Venezia di Orsola Casagrande 04.11.08

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